l'esperimento dello schiehallion


E’ estate. Spesso le nuvole si raggruppano sulla cima della montagna e piove. Sono arrivati degli uomini, dalla città penso, hanno piantato molte tende nella radura. Mia figlia è felice, è curiosa, non viene mai nessuno qui.

Gli uomini hanno costruito vicino alla montagna un’impalcatura, di legno, non tanto alta. So dire circa quanto è alta, e so dire che é di legno. Vicino all’impalcatura c’é una piccola costruzione, dei paletti con in cima attaccato un filo, il filo con attaccato un peso, come una piccola palla, sembra di metallo. A mia figlia hanno detto di non avvicinarsi troppo. So perché. Vicino alla impalcatura ci sono vari strumenti, non so cosa siano, dei cannocchiali, penso, puntati al cielo.

Mia figlia mi ha preso per mano e mi ha portato vicino alla impalcatura. Non c’erano uomini intorno. Di giorno vanno tutti sulla montagna, e se mi siedo per terra posso vederli salire e scendere, per i sentieri, e per i boschi, posso vederli fermarsi e sedersi per terra anche loro. Mia figlia ha guardato dentro un cannocchiale, e per dieci minuti non ha fatto altro.

Sono stato all’accampamento. Di giorno é quasi vuoto, le tende bianche sono aperte e posso guardare dentro, una sola resta chiusa, più isolata dalle altre. Mi sono avvicinato e ho appoggiato l’orecchio sulla tela, ad ascoltare. Dentro c’era un uomo, uno solo, lo sentivo muoversi sulla sedia e spostare carta. Sono tornato indietro con il secchio del latte ancora pieno. Sono tornato a casa e ho parlato con mia figlia, su chi era quel uomo, e chi erano gli altri. Lei ha detto che é il loro capo, gli altri non lo sappiamo, sono degli esploratori, forse, dei dottori.

Al tramonto gli uomini scendono dalla montagna, entrano nella tenda più grande e dopo esserne usciti si distendono sull’erba, e guardano la montagna, come se volessero rivedere i propri passi, la guardano a lungo, come se volessero distinguere le proprie orme. I loro strumenti sono appoggiati per terra, non so cosa sono, a cosa servono. Passo tra loro e mostro le uova, il latte, il formaggio.

Mia figlia ha preso dei fogli, carta. Le ho chiesto se li aveva rubati, e se li aveva rubati di riportarli nel posto dove li aveva rubati. Mi ha detto che li ha trovati per terra, non ha rubato niente. Li ho presi e piegati, messi in tasca. Alla sera li abbiamo aperti sul tavolo. Non so cosa vogliono dire. C’é un disegno, dei cerchi, dei numeri, non capisco, non so rispondere.

Siamo tornati all’accampamento di notte. Dormivano, La tenda isolata, illuminata, ce lo ha fatto vedere, chinato sul tavolo. Sono rimasto a guardarlo a lungo, finché la sua figura non si é raddrizzata, ha alzato la testa, ed é rimasto così. Mia figlia mi ha chiamato e mi ha detto di andare a vedere. Vicino all’impalcatura un uomo guardava nel cannocchiale e un altro scriveva, avevano una lampada. Siamo rimasti seduti fino a che non se ne sono andati, e ci siamo avvicinati. Mia figlia ha guardato dentro il cannocchiale e ha aperto la bocca, ed è rimasta così a lungo. Le ho chiesto cosa aveva visto, e ho guardato. Non so cosa ho visto, una stella, credo.

Ero a casa, disteso a letto. Mia figlia mi é corsa vicino e mi ha detto che il loro capo era uscito dalla tenda, e che era giovane, seduto sull’erba fuori dall’accampamento. Ho preso un secchio di latte e delle uova e sono andato nel punto che mi ha indicato. Lei mi ha seguito, siamo andati insieme.

É giovane. Guardava anche lui la montagna, come gli altri, come me. Ha preso le uova e mi ha chiesto se eravamo del posto, se eravamo solo di passaggio. Mia figlia gli ha chiesto cosa facevano tutte quelle persone sulla montagna, gli ha chiesto se lui era il loro capo. L’uomo non era il loro capo, lui lavorava, ognuno di loro lavorava. Mia figlia ha chiesto che lavoro facevano. Lui ha risposto, per il sapere, e poi, per sapere. Ho chiesto, per sapere cosa. Si è guardato i piedi, poi ha guardato davanti. Quelle persone, ha detto, stanno misurando la montagna, ogni pendio, ogni canalone, ogni parete.

Quando piove, piove spesso, la montagna non si vede, è nella nebbia, non esiste, e gli uomini che misurano la montagna stanno all’accampamento, se piove veramente forte. Stanno sotto dei teli e bevono e guardano dei grandi fogli, hanno in mano degli strumenti, delle matite, discutono molto. Lui non é mai tra loro, ogni tanto qualcuno cammina veloce fino alla sua tenda, con dei fogli in mano, e ne torna fuori poco dopo, e parla con gli altri e capisco che quello che dice lo ha detto lui. Allora é il loro capo, penso, e non lo dice. Mi fanno stare sotto uno dei teli con loro, mi guardano riconoscenti, chiedo loro se posso guardare. Resto in piedi e osservo a lungo uno dei fogli. Mi chiedono se capisco quello che sto guardando, se so cosa stanno facendo. Lo so cosa fate, dico, e incrocio le braccia. Misurate la montagna, ogni parte, ogni roccia, la sua cima. Sorridono, sanno quel che dico. Mi chiedono se so il perchè la misurano, non lo so. Vogliamo sapere quanto pesa la montagna, il suo peso, hanno detto. Erano contenti, e si guardavano tra loro. Vogliamo sapere il peso della terra, di tutto il mondo.

Io e mia figlia abbiamo parlato molto, io bevevo del vino. Dice che il mondo non ha peso, è sospeso. Le ho chiesto dove è sospeso, cosa ha intorno. Nulla, e mi guardava. Era molto sicura, aveva i gomiti appoggiati al tavolo e le braccia incrociate, e dondolava. Le dissi che io lo sapevo, che il mondo aveva peso. Se ti chini e raccogli della terra, quella terra ha un peso, ho detto. Non rispondeva, dondolava. Se raccogli un sasso, quello pesa, ho detto. Siamo sopra terra e sassi, e terra e sassi hanno peso, appoggiando lentamente e rumorosamente il bicchiere sul tavolo.

La montagna è seria, non è facile. Al tramonto diventa semplice, sembra che ogni sentiero si possa percorrere in pochi minuti, che ogni parete sia breve da scalare, che la cima si possa raggiungere in poco tempo, nel poco tempo che dura il tramonto. Poi torna seria, e dove c’è la montagna la notte è più buia, un buco nero senza stelle.

Mia figlia non è mai salita in cima, e mi ha chiesto di portarla lassù. Le ho chiesto il perchè, non c’è niente da vedere, rocce, le ho detto, piove, abbiamo molto da fare quaggiù, non c’è il tempo. Lei ha detto che chiederà all’uomo, il capo, lui non era mai uscito dalla tenda, ci sarebbe venuto. Le ho detto che andava bene, e la ho mandata a letto a dormire, perché doveva svegliarsi presto. Rimasto solo ho preso una sacca, ho messo dentro del formaggio e dell’acqua, e la ho messa sopra il tavolo, poi ho preso il mio bastone, lo ho spezzato a metà, e lo ho appoggiato vicino alla porta. Poi sono tornato all’accampamento.

Gli uomini avevano acceso i fuochi, mangiavano e bevevano. Mi hanno visto e mi hanno chiamato, mi hanno offerto vino e carne, erano felici. C’era anche l’uomo della tenda, era seduto su una sedia e guardava la montagna, teneva le gambe allungate davanti a se e la schiena appoggiata allo schienale. Uno di loro ha preso una sedia e ci è salito, ed ha iniziato a fare un discorso. Era stanco, era contento, ha detto parole che non conoscevo e che non posso ricordare, ha nominato le stelle e il cielo, ha parlato della montagna, ha allargato le braccia, si è inchinato, ha ringraziato il lavoro di tutti. Quando è sceso dalla sedia molti di loro applaudivano, lo indicavano e ridevano. L’uomo della tenda se ne stava in disparte, non partecipava, ma non era serio, aveva un’espressione serena anche lui. Ho pensato che non era il loro capo.

Bevevo del vino, e un uomo mi si è avvicinato. Mi ha chiesto se il giorno dopo potevo aiutare a smontare l’accampamento, mi avrebbe pagato. Ho chiesto se ne stavano andando. Lui ha detto di si, che molti partivano il giorno dopo e un po’ di loro sarebbero rimasti per smontare tutto. Ho chiesto se anche lui sarebbe partito, indicando l’uomo sulla sedia. Ha risposto di si.

Poi ho domandato come si fa a pesare il mondo. L’uomo era molto serio, si è girato verso la montagna e ha detto che era grazie a quella che lo avevano fatto, poi ha indicato l’impalcatura con il filo e il peso, mi ha chiesto se lo vedevo, è restato con il braccio sospeso e il dito che indicava, poi lo ha rilassato e ha detto che era molto difficile,lo avevano fatto grazie a quella montagna e a quello strumento. Quanto pesava il mondo? Ha detto un numero che non so ripetere. Ho chiesto anche quanto pesava, la montagna. Non so ripetere neanche questo. Sono tornato a casa e ho disfatto la sacca di mia figlia, poi l’ho svegliata piano, e le ho detto tutto.

Abbiamo smontato le impalcature e le tende, i tavoli, le sedie. Abbiamo raggruppato tutto in mezzo al prato e caricato le cose sui cavalli e sui muli. I cannocchiali e gli altri strumenti li abbiamo messi in delle casse piene di paglia.

L’uomo della tenda mi ha chiamato e mi ha chiesto se mi serviva della carta per il fuoco. Aveva due sacche davanti, entrambe piene di figli scritti e disegnati. Una me la ha data e l’altra la ha caricata su un mulo.

Alla sera sono tornato a casa, mia figlia mi ha chiesto se erano partiti. Io avevo un regalo, e le ho mostrato la sacca. Era felice, ha iniziato a tirare fuori i fogli e a metterli sul tavolo, insieme a quelli che aveva trovato, si è inginocchiata sulla sedia e ha iniziato a osservarli, a metterli in un ordine che conosceva solo lei. Mi sono seduto al tavolo e la osservavo. Andremo sulla montagna prima della fine dell’estate, ho detto. Ho incrociato le braccia, e le ho chiesto se aveva capito. Poi sono uscito, mi sono seduto sull’erba e ho guardato la montagna, fino a quando non è venuto buio.

cosmogonia urbana


Quando il Grigio vide il Piccolo puntare su di lui con la sua solita aria trafelata e frenetica seppe che il suo pranzo era finito, ed insieme a esso la sua tranquillità. Era simpatico quel piccoletto, ma quando partiva con le sue domande non lo fermava nessuno.

-Grigio, Grigio! Esclamò il Piccolo giunto nei pressi dell'amico, il quale rispose con un mugugnio annoiato.

-Ho una domanda, anzi ne ho tante. Mi rivolgo a te perchè dicono che sai tutto.

-E chi te lo ha detto questo?

-E che ne so, tutti lo dicono, insomma vuoi rispondere o no?

-Sentiamo queste domande via, spero non riguardino cose di procreazione, non ne hai l'età.

- Cosa? no. Senti piuttosto, di cosa è fatto il suolo su cui siamo?

-Che?

-Il suolo, quello dove ci appoggiamo, dove dormiamo e tutto, di che cosa è fatto?

-Mmm, domanda complessa, proverò a risponderti ma te vedi di starmi dietro. Allora, quello che tu chiami volgamente suolo in realtà si chiama crosta. La crosta è diciamo la pellicola esterna del nostro pianeta, ciò che lo divide da l’atmosfera.

La crosta è formata da centinaia di migliaia di piccoli elementi o particelle incastrati tra di loro e divisi in grandi blocchi, alcuni piu grandi e altri piu piccoli, tra i quali si aprono le faglie, o gli avvallamenti, anche essi di estensione variabile. Le diversificazioni di tali processi sono dovute agli elementi più instabili e di conseguenza imprevedibili del nostro pianeta, gli umani.

La conformazione della crosta è dovuta in gran parte al rapporto tra questi elementi ed il clima in termini di reazione. Se noti la nostra crosta è formata da tanti piccoli semicilindri incastrati tra di loro, divisi in genere in due piani inclinati in direzione opposta e disposti l’uno di fronte all’altro, il tal modo che entrano in contatto li dove raggiungono la maggior altitudine. Come avrai notato in natura raramente vi sono cose lasciate al caso, e se uno è curioso e si preoccupa di indagare i motivi del fenomeno che pur gli sembra assurdo e inutile, come per esempio i fulmini o quei rombi che si sentono arrivare dal sottosuolo, scopre che inutili non sono, e che c’è sempre un perché dietro, un perché che in qualche caso potremmo anche chiamare utilità.

Prima abbiamo parlato della crosta come un fenomeno dovuto al rapporto tra il clima e gli uomini.

Gli uomini temono i piu svariati fenomeni climatici. Per loro natura sono piu delicati e sensibili di noi alla pioggia, alla neve, alla grandine e a tutte le intemperie o tempi atmosferici che non siano un sole tardo primaverile. Come avrai notato il loro manto cambia da stagione a stagione, diventa piu spesso quando fa piu freddo e si riduce con l’arrivo del caldo, per aumentare di nuovo con l’arrivo dei climi rigidi. Dalla prima comparsa dell’ uomo in natura è passato un tempo lunghissimo, per noi difficilmente immaginabile e quantificabile, se non riscontrando gli effetti che tale elemento ha portato in natura, come il suolo sul quale noi viviamo, che abbiamo chiamato crosta. Come abbiamo appena visto la crosta è formata da piani inclinati. Ora dimmi un po, Cosa succederebbe se prendessi un sasso e lo appoggiassi li dove i due piani si uniscono.

-Non lo so, immagino starebbe li fermo dove lo ho messo, immagino.

-Va bene cambiamo esempio. Cosa succederebbe se tua madre avesse depositato il tuo uovo sulla sommità di questo piano. Rispondi un po, pensa prima di parlare.

Il Piccolo volò con la mente a quando ancora stava dentro l'uovo, ma naturalmente non ricordò un'accidente di niente, forse giusto una sensazione di calore gli tornò alla memoria, ma niente di utile per rispondere alla domanda del Grigio. Si concentrò allora sugli episodi della vita in cui aveva potuto osservare delle uova, e si ricordò di quella volta in cui aveva assistito impietrito alla scena di una madre a cui un'uovo era scivolato fuori dal nido e si era messo a rotolare lungo un tubo di ferro. Atterrito se ne andò prima di assistere ad una eventuale conclusione negativa della vicenda. Ma per rispondere alla domanda del Grigio ciò bastava.

-Un'uovo posto sulla sommità della crosta se ne andrebbe giù lungo un piano. Se posso dire la mia a proposito ciò sarebbe da evitare, se posso.

-Ovviamente sarebbe da evitare, rispose il Grigio, ma non è questo il punto. Abbiamo capito la proprietà di tale conformazione del suolo in cui siamo ora. Ciò che gli stà sopra scivola via.

Ed in particolare la pioggia e la neve, due elementi che gli umani non possono sopportare, come abbiamo spiegato prima. Quindi quello che per noi è il suolo per gli umani non è altro che un riparo, uno scudo. Ciò che per qualcuno stà sotto, per altri stà sopra.Capito?

- Non molto in verità, comunque ho un'altra domanda se posso, se non posso dica pure. Mi fermi intendo. Comunque, mi chiedevo se sono sempre esistite quelle crepe nel terreno nelle quali scendiamo spesso per procacciarci del cibo.

-mmm più che crepe è meglio definirle avallamenti. Infatti ti stupirà forse sapere che non si sono formati per un abbassamento del suolo, ma per un'innalzamento di parti di esso. Ora ti spiego il perchè e il percome.

Abbiamo capito a cosa serve agli umani quello che per noi è il suolo. Capiamo ora a cosa serve quello che gli stà sotto, i primi strati al di sotto della crosta. Devi saper che essi non sono blocchi di materiale compatto, ma sono cavi. All interno di essi si sviluppano e risiedono gli elementi umani.Il perchè lo ho spiegato prima, in quanto elementi delicati e sensibili al clima devono stare riparati, e oltre che dalla pioggia e la neve anche dal freddo. Gli uomini non sopportano infatti le basse temperature. E' come se non abbandonassero mai il nido per intenderci, se non per breve tempo durante il giorno. L'esigenza di stare ad alte temperature ha agito come una forza, come un’enorme spinta che ha portato alcuni blocchi di crosta ad innalzarsi, per pemettere agli umani di risiedervi dentro. Non è stato un processo istantaneo.L'innalzamento ha proceduto per gradi, in relazione al numero degli umani presenti nel mondo. Infatti non sono stati cosi tanti come se ne vedono oggi, che sono dappertutto e neanche si possono contare, ma sono cresciuti con il passare del tempo. L'altezza dei blocchi di materiale sui quali stiamo è direttamente proporzionale al numero degli umani, in quanto più umani vi sono, più spazio occore per permettergli di vivere e svilupparsi. Col passare del tempo non solo è cambiata la forma e l’estensione di tali agglomerati di materiale, ma pure la composizione. Si è passati dalla terra, al legno, al marmo, alla pietra e ai piu svariati materiali di cui non sappiamo nulla, probabilmente composizioni di piu materiali. In passato per esempio i blocchi avevano un'altitudine molto piu bassa, ed erano molti di meno. Inoltre è capitato che alcuni blocchi scomparissero improvvisamente, si pensa per opera degli stessi umani, ma di questo non so spiegarti il motivo.

-vuole dire che potrebbe improvvisamente scomparirci il terreno sotto i piedi? Dove andrei a dormire? Chiese spaventato il piccolo.

-Ah ah noo! Rise il Grigio. Stiamo parlando di tempi lunghissimi, per noi neanche immaginabili. Faresti tempo a vivere numerose vite prima di vedere una cambiamento del nostro mondo. Ed ora vatti a fare un volo, e non mi stressare più.

Il Piccolo aprì le ali, e se ne andò.


il cittadino perfetto


c'era una volta un bambino che non sapeva contare

non sapeva scrivere disegnare leggere e giocare

quel bambino non sapeva proprio nulla

ma non finì in prigione ne in manicomio

anzi il primo ministro gli diede un encomio

ed il perché è presto detto

quel bambino sarebbe diventato un cittadino perfetto

con la testa sempre vuota

da riempire con quel che si vuole

che non si preoccupa mai di niente

neanche se un giorno scompare anche il sole

ma è ancora presto e nulla è perduto

e se incontrate quel bambino non toglietegli il saluto

prendetelo da parte e spiegategli bene

che a restar vuoto non gli conviene

insegnategli l'abc i numeri e la geografia

e anche la storia la musica e la geometria

e lo vedrete piangere ridere ed arrabbiarsi

ma è una reazione normale non c'è da preoccuparsi

quel bambino ha finalmente imparato ad emozionarsi

e se prima era come una valigia vuota

facile da sollevare e da mettere dove si vuole

ora è una valigia piena di cose preziose

che bisogna trattare bene

altrimenti si apre e sparge per terra

tutto ciò che contiene.



risveglio

nel sottopassaggio

La stazione di bologna ha due sottopassaggi, o forse di più, questa scena si svolge in uno di essi, ed è un sottopassaggio completamente marrone ed omogeneo. Un uomo appoggia la sua bicicletta al muro e si toglie le scarpe, sembra poco credibile ma sono colorate industrialmente esattamente come le pareti della galleria, e dopo le scarpe i calzini. I calzini sono molto bianchi, calzinidatennis viene in mente a tutti.
Le sue mani li dispongono
efficientemente per terra, stirati per la loro intera lunghezza, affiancati sembra anche speculari. La persona poi cammina scalza portando la bicicletta, e le scarpe le tiene con le dita di una mano sola, appoggiata al manubrio. Non si è più visto.
I calzini sono
spettacolari, e creano un punto luce impossibile da tralasciare, non si riesce più ad apprezzare i neon, nessuno è più sicuro che essi esistano e può venire voglia di sedersi.
Chi nonostante l'ora serale porta gli occhiali da sole in testa se li cala sugli occhi, i bambini che vogliono toccarli si vede benissimo che hanno paura di scottarsi, la fiumana di persone rallenta, si crea un buco in mezzo ad essa, e spuntano già i primi iconoclasti, il loro simbolo è tapparsi il naso.
L'addetto alle pulizie stazionario li raccoglie con una scopa, ora diventerà buio pensano tutti, e il
sottopassaggio, senza colpe, ritorna omogeneo.

ansia casalinga

spree

il signor Brummer non sa piú dove guardare e lentamente inizia ad alzare gli indici delle mani appoggiate sopra il tavolo per poi rimetterli al loro posto, e si, é proprio un ritmo quello che sento, impercettibile, lentissimo, non sa dove guardare, e i suoi indici battono un tempo sopra il tavolo che seppur lento io lo sento distintamente, riesco addirittura a seguirlo, e non riesco a capire cosa mai stiamo aspettando signor Brummer, con la sua aziendina, con la sua azienda, al suo posto neanche io saprei dove guardare, e non mi va affatto male, con il signor Brummer, ricordo benissimo un altro imprenditore, di cui non ricordo il nome, che dopo avergli spiegato la situazione inclinó leggermente la testa in avanti, seguii ogni movimento con la massima attenzione, finché non gli riuscí, e sapevo che era lí che voleva arrivare, di guardarmi dal basso verso l´alto, e giá immaginavo mentre seguivo il suo mento che si avvicinava al petto che prorpio quello sguardo era il suo obbiettivo, forse addirittura il suo sistema, di trattare con le persone, ma ogni cosa che io vedevo con la coda dell´occhio, mentre sostenevo il sguardo obliquo, con la ciglia destra leggermente rialzata, ogni cosa che io vedevo con la coda dell´occhio neutralizzava completamente quello sguardo, che, penso nelle sue intenzioni, ma é un linguaggio che conosciamo tutti, mostrava un imprescendibile statura morale, era uno sguardo che creava all´interno di quell´ufficio e del nostro discorso una questione morale, e prorpio il nostro discorso, il nostro problema, ma dovrei dire il suo problema, si universalizzava, nelle sue intenzioni, assumendo il significato di una questione etica, ma il fatto é, che tutto ció che ci circondava, il computer, il suo vestirario, la scrivania, la moquette, rendeva quello sguardo definitivamente grottesco, e tutto ció che poteva essersi creato di etico o morale, o che tirasse in ballo addirittura l´umanitá intera, diventava triste e schifoso, e sono sicuro che i miei occhi esprimevano proprio schifo e tristezza in quel frangente, e il risultato fu che per svariati minuti ci guardammo in questo modo, periodo in cui sono sicuro di avere inclinato la testa verso sinistra, e storto leggermente le labbra chiuse, e aver pensato a come si era arrivati a quello che per questi qui, questi imprenditori era un vero e proprio disastro, e anche si si erano prodigati in questi mesi per provare che l´acqua del fiume Spree era a dir poco nociva per i nostri capi di vestiario, e redatto centinaia, migliaia forse, di rapporti sottoscritti e firmati da chissá chi, che dimostravano in maniera precisa che a lungo andare i nostri calzini si sarebbero disintegrati, le nostre magliette avrebbero cambiato colore, i nostri cappotti, che ne so, non ci avrebbero riparato piú dal vento, le loro aziende di sapone per lavatrici erano fallite una dopo l´altra, mentre migliaia di berlinesi intingevano ogni genere di contenitore nel fiume e ne usavano l´acqua per le loro lavatrici casalinghe, seguiti poi a ruota dalle lavanderie, in un orgia di sapone gratis per tutti, esaltandosi per i risultati addirittura strabilianti che l´acqua dello Spree otteneva sui vestiti, che nonostante i rapporti delle industrie, dopo un solo lavaggio tornavano, a detta di molti, praticamente nuovi, e forse miglioravano, per quel che riguarda il colore, ma anche per la consistenza, si parlava di salto di qualitá del vestito, di profumi fragranti, di tessuti soffici al tatto, di questo si parlava, e anche io ne parlavo, e anche io dicevo soffici al tatto, ed era la pura verità, è questo il fatto, nonostante gli sguardi morali o gli indici di Brummer.